Circolo “9 febbraio 1948”

L’eccidio di San Ferdinando di Puglia – 9 febbraio 1948

I giornali del 9 febbraio 1948 uscirono con la notizia in prima pagina della convocazione dei comizi e l´inizio della campagna elettorale. Il ministro degli Interni Scelba si era recato dal presidente della Repubblica per la firma del decreto che fissava per il 18 aprile le elezioni dei deputati e dei senatori.

In verità la propaganda per quelle che furono chiamate “le elezioni della paura” era già cominciata da qualche mese. Il paese spaccato in due: da un lato da Democrazia Cristiana e i partiti che sostenevano il quarto governo a guida De Gasperi, socialdemocratici e repubblicani; dall´altra i comunisti e i socialisti riuniti nelle liste unitarie del “Fronte Democratico Popolare per la pace, la libertà e il lavoro”, nato ufficialmente a Roma nel dicembre del 1947 in un convegno alla presenza di Togliatti, Di Vittorio, Longo, Lizzardi, Basso.

Per presentare il nuovo soggetto politico, anche a San Ferdinando come in molti altri centri d´Italia era stata organizzata per l´8 febbraio 1948 una manifestazione del Partito Comunista e del Partito Socialista. Quello stesso giorno, una domenica, era annunciata nel centro ofantino la visita pastorale del vescovo di Trani e gli stessi dirigenti comunisti e socialisti avevano liberamente optato di spostare l´iniziativa di costituzione del Fronte al giorno successivo, lunedì 9, per evitare qualsiasi turbamento dell´ordine pubblico.

Il timore di incidenti non era infondato. A San Ferdinando agivano numerosi gruppi di destra, radunati attorno alla sezione dell´Uomo Qualunque, che trovavano protezione e sostegno non solo negli agrari del posto ma nella stessa coalizione di destra che reggeva l´amministrazione comunale, e nel corpo dei vigili notturni, delle guardie campestri e delle guardie giurate. Tra loro ex fascisti, qualunquisti, monarchici, che avevano già annunciato come avrebbero mal tollerato la manifestazione si comunisti e socialisti se questa avesse assunto caratteristiche di massa e larga partecipazione popolare. Un proposito chiaramente intimidatorio che aveva indotto i promotori a recarsi presso la caserma dei carabinieri, nel primo pomeriggio del 9 febbraio, per chiedere un dispiego di forze che garantisse lo svolgimento pacifico della manifestazione. Già nel corso della riunione con le forze dell´ordine, giunsero in caserma la notizia dei primi disordini. La situazione stava già precipitando.

Essendo stato vietato il corteo, le cellule del Partito Comunista si erano organizzate in modo da assicurare l´affluenza in piazza Matteotti, luogo prescelto per il comizio, attraverso un primo raduno presso le singole sezioni del partito, con l´esposizione e lo sventolio delle bandiere rosse, e un successivo a simultaneo concentramento nella piazza da parte di tutti i militanti, in modo da mostrare la grande forza organizzativa. Ma prima ancora che il piano si completasse, erano cominciati gli assalti e le azioni delle squadracce fasciste e qualunquiste, che puntavano a impedire la manifestazione che si annunciava imponente. Le cariche colpirono le singole sezioni, i loro vessilli, i militanti lì radunati. Le minacce e le
azioni violente erano accompagnate da spari di mitra e pistole. In vari punti della città si registrano aggressione e lavoratori, uomini e donne, selvaggiamente bastonati.

Scattarono le prime denunce ma i carabinieri si astennero scientificamente da qualsiasi intervento che poteva assicurare il regolare svolgimento del comizio del Fronte Democratico Popolare e l´incolumità dei partecipanti. La situazione sarebbe anzi di lì a poco degenerata. L´aggressione al capocellula Francesco Frascolla da parte di alcuni squadristi, ferito gravemente alla testa, e la sua conseguente difesa –lo sparo di un colpo d´arma da fuoco che colpì ad una natica uno degli assalitori- scatenò la violenta rappresaglia dei fascisti. Dove aver appiccato un rogo in piazza con le bandiere rosse requisite negli assalti alle sezioni del Pci, assaltarono la cellula numero 9, quella di Frascolla, a colpi di mitra e pistola. L´assalto fu esteso alla sede dell´Anpi e della Camera del Lavoro.

A morirei in seguito ai violenti scontri furono quattro lavoratori: Giuseppe De Michele, Nicola Frantone, Vincenzo De Niso, Giuseppe Di Troia. Non fu risparmiato nemmeno il piccolo Raffaele Riontino, di 7 anni, trovato senza vita sotto un tavolo nella sede dell´associazione partigiani, dove aveva inutilmente cercato riparo. Altri 10 lavoratori, tutti militanti comunisti, rimasero feriti. Lo squadrista assassino che aveva avuto il coraggio di infierire su un bambino di 7 anni, aveva gridato “Por i rpudd ma luè da nend!”…anche i piccoli dobbiamo eliminare…

La stampa italiana diede notevole risalto ai fatti di San Ferdinando, in seguito dei quali in provincia di Foggia fu proclamato l´11 febbraio 1948 uno sciopero generale. I fascisti e i qualunquisti, gli agrari, sostenuti nella loro versione dei fatti dalla Gazzetta del Mezzogiorno, rivendicavano la legittima difesa e le provocazioni violente dei socialcomunisti come causa scatenante degli incidenti verificatisi. Tutta la stampa governativa e gli stessi esponenti politici nazionali avvaloravano la tesi dei provocatori e fomentatori comunisti. Forti le denunce che si levarono dai dirigenti del Pci, su tutti Di Vittorio, che ben conosceva la forte influenza esercitata dal fascismo agrario nelle zone del Basso Tavoliere.

L´azione giudiziaria nei confronti dei responsabili dell´eccidio durò 7 anni, fino alla definitiva sentenza della corte d´Appello di Bari del 2 marzo 1955. Alla fine furono 28 gli imputati accusati a vario titolo di lesioni, omicidio e concorso in omicidio. Le penne maggiori per 7 di essi, con condanne da 17 ai 26 anni di reclusione. Non venne però riconosciuto il reato di strage.

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