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La versione di Anna Maria. Cancellieri dice le parole giuste e chiude il caso

La versione di Anna Maria. Cancellieri dice le parole giuste e chiude il caso

Nessun trattamento di favore per un debito di amicizia o di riconoscenza, nessuna ingerenza indebita sulla magistratura, nessun dovere d’ufficio violato, semmai il contrario. Come previsto, la versione che il ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri dà al parlamento del suo interessamento al caso di Giulia Ligresti restituisce al mittente illazioni e accuse e lo fa ricostruendo punto per punto fatti e date. A dimostrare, carte alla mano, che la sua segnalazione ai vertici del Dap è avvenuta dopo che la stessa amministrazione penitenziaria di Vercelli – dov’era detenuta in custodia cautelare la figlia di Salvatore Ligresti – si era già messa in moto in maniera autonoma, come del resto ha fatto sapere il capo della procura di Torino Caselli.

E a ribadire che l’amicizia con Antonino Ligresti, rivendicata, non ha nulla a che vedere con quella segnalazione. La quale, sottolinea, era «un dovere d’ufficio» che compie spesso anche per detenuti che non hanno quel cognome, un centinaio solo negli ultimi mesi. Certo, non tutti hanno la possibilità di un contatto diretto e «nessuno più di me avverte in modo più doloroso l’ingiustizia», anche se il ministero ha attivato un sistema specifico.

Ma Cancellieri sa che non si tratta solo di ricostruire i fatti. Perché uno dei modi dell’intera vicenda ha a che fare con l’opportunità di quella telefonata alla compagna di Ligresti, a quel «sono a disposizione» da lei pronunciato. Il ministro non elude: «Alcune espressioni da me usate possono aver ingenerato dubbi. Mi rammarico di aver fatto prevalere i sentimenti sul distacco che il ruolo di ministro avrebbe dovuto impormi».

Con il premier e diversi altri ministri al suo fianco (Franceschini e Del Rio al senato e alla camera anche Bonino, Alfano e Lupi) dice le parole giuste, senza fughe in avanti e senza ripetere quei riferimenti alle strumentalizzazioni messe in atto dai nemici delle larghe intese che aveva inquietato a destra e a sinistra e fatto innervosire i renziani. E spiega che per fare le cose che ci sono da fare sulla giustizia, serve un confermato rapporto con il parlamento, se non c’è non ha senso andare avanti.

Parole che convincono il Pd, dove il riconoscimento di quella inopportunità – e la scomparsa dei paragoni col metodo Boffo – era importante («condividiamo il rammarico per i contenuti decisamente impropri di quella telefonata» dice il capogruppo in senato Zanda) e che riconferma la fiducia al ministro. Il Pdl era già convinto, non fosse per poter sfoderare una difesa velenosa come quella di Schifani: «Non le avremmo mai chiesto delle attività di suo figlio» o pelosa come quella di Brunetta, che non perde occasione per accostare l’inaccostabile, ovvero il caso Cancellieri-Ligresti-Fonsai con il Rubygate.

Per il resto tutto come da copione. Il M5S conferma le mozioni di sfiducia (ne ha depositata una anche in senato, non tira aria che vengano calendarizzate a breve). I leghisti, con il capogruppo a palazzo Madama Bitonci, chiedono le dimissioni facendo al ministro un mucchio di complimenti. Se ne saranno resi conto?

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