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Poco Plebiscito attorno al Capo

Poco Plebiscito attorno al Capo

Al Plebiscito, al Plebiscito! E dove altro, in una Roma che non vuole rassegnarsi ad agosto, alla callara, al turista da spennare, al ritorno dei fagottari, come avvertiva presago il Messaggero qualche giorno fa.

Al netto della suggestione di Renan, il Plebiscito è rimasto l’ultimo cuore del berlusconismo, il fortino, il bunker, la sua Kaaba. Svaporata via dell’Umiltà per le casse illanguidite dallo zeitgeist, ancora non allestita a dovere la sede di Piazza in Lucina (e poi ve la immaginate una manifestazione a Piazza in Lucina, tra i bar e le griffes?), per testimoniare la vicinanza e la presenza al Capo ferito non resta che palazzo Grazioli. Un tempo location di cene eleganti e selfie nei lussuosi bagni, di tubini e Tarantini, di omeriche barzellette e aneddoti sui grandi della terra, oggi antro della elaborazione del lusso, della cognizione del dolore, della famiglia che si stringe al capezzale, del flebile guaito di Dudù, il cagnetto della Pascale.

Negli ultimi mesi, forse anni, quasi tutte le manifestazioni convocate dal Pdl sono state iniziative di solidarietà a Silvio, sit-in di difesa dei suoi nei confronti dei giudici di sinistra, dei complotti, delle calunnie e dell’invidia che oggi lo relega a palazzo Grazioli come fosse un esiliato in patria, un prigione, un Corona spodestato.

La destra berlusconiana a Roma ha sempre avuto un problema con le piazze: quella del Popolo, usata per le prove di forza muscolari, ma in fondo estranea alla gente di Silvio che a manifestare non ci si trova poi tanto. Neanche a parlarne del Colosseo, dove lo ha trascinato Alemanno in una parata che puzzava di sconfitta lontano un miglio, figurarsi poi adesso con la pedonalizzazione dei Fori. Santi Apostoli non è nella retina del Pdl, decentrata, ulivista nella memoria, lì si celebrarono le vittorie di Prodi, figurarsi, altro che la balla che sia troppo vicina al Quirinale, come oggi dicono i Colonnelli berlusconiani, fingendo un peloso senso dello Stato.

E quindi ci si ritrova al Plebiscito, neanche una piazza, neanche una via, vista la blindatura del palazzo e la fermata dell’autobus. Tornato ad essere, come ai bei tempi, un bivacco di cronisti, in attesa di cogliere un ingresso di Verdini o uno spostamento in pullmino con la Rossi (che poi, un giorno, meriterà un discorso a parte). Stretto in un triangolo che ne contiene la forza taumaturgica, i gesuiti, la vecchia sede della Dc, Palazzo Venezia, quasi un campo di forze per smagnetizzare la forza ctonia del berlusconismo.

Un po’ come successe ad Arcore qualche giorno fa, i fedelissimi a evocarlo fuori dalla Villa, la Zanicchi che cantava la Zingara, i cronisti a caccia di colore, il Capo che esce, si manifesta per dire ai suoi tigrotti che Sandokan è ancora vivo, morte e resurrezione. Peccato niente Santoro stasera, niente Gazebo, la sola Rai 3 lasciata a raccontare il tonante declino, la guerra civile annunciata da Bondi, un ircocervo come se Taddeo si sposasse con Bugs Bunny, pitonesse ed amazzoni, famigli ed eserciti, torpedoni e cestini tutto compreso. Tranne i ministri, certo, loro non saranno di Letta e di governo, niente Plebiscito per Alfano e Lorenzin, Lupi e Quagliariello, visto mai?

(da http://www.europaquotidiano.it)

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