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Lega contro Kyenge. Maroni promette una telefonata ma non stoppa i suoi

Lega contro Kyenge. Maroni promette una telefonata ma non stoppa i suoi

Dopo averla paragonata a un orango Calderoli recita il mea culpa in senato e le manda un mazzo di rose – che lei porta alla Madonna del Buon Consiglio. Dopo la continua infilata di insulti, battute che non fanno ridere nessuno e mancato rispetto istituzionale (come a Cantù) da parte del suo partito, Maroni la onorerà di una chiamata.

Per un verso o per l’altro il ministro per l’integrazione Kyenge è oggetto di una certa attenzione da parte della Lega. Che se sul versante dei militanti (duri e puri?) non molla la linea dello sberleffo – nel migliore dei casi – sul versante della classe dirigente non offre alcun vero segnale politico che chiuda il caso una volta per tutte.

Calderoli non si dimette – e il suo leader non lo spinge a farlo – e di fronte al come sempre garbato ma netto invito di Kyenge a stoppare gli attacchi contro di lei («Maroni faccia cessare continui e reiterati attacchi da parte di esponenti della Lega Nord ormai intollerabili, attacchi che oltre a ferire me, feriscono la maggioranza di questo paese. Diversamente mi troverò costretta a declinare l’invito alla festa del Carroccio»), Maroni risponde che le farà una telefonata ma sull’altolà ai militanti fa orecchie da mercante. Mentre l’estremo Borghezio rincara la dose (la poligamia del padre del ministro imbarazza gli italiani, dice) e il fedelissimo Salvini pure.

Sostiene il leader del Carroccio che quella del suo partito «non è una questione politica. La Lega non famai questioni personali, ma combatte proposte sbagliate, come lo ius soli». Si sentono le unghie scivolare sullo specchio mentre rimane da vedere se la telefonata sarà sufficiente al ministro e come, nel caso, la base padana la riceverà alla festa di Cervia, dove il 3 agosto sarebbe previsto un confronto con il governatore del Veneto Luca Zaia.

Kyenge, intanto, presenta il piano nazionale contro il razzismo, che verrà messo a punto con associazioni ed enti locali e presentato in consiglio dei ministri entro novembre. Getta acqua su fuoco: «Non credo che gli italiani siano razzisti, ma in questo momento l’Italia è soffocata da alcune voci che urlano più forte», anche se, nell’accettare l’incarico, non si aspettava tanta ostilità. Che il primo ministro di colore della repubblica smuove più di quanto ci si potesse aspettare. Da verificare in che misura anche fuori dal recinto ideologico dell’estrema destra o del leghismo più becero. Lei, comunque, fa sapere che «neanche per un secondo ha pensato di lasciare». E insiste: quelli italiani sono episodi di razzismo. Ma l’emergenza culturale si comincia a superare riconoscendo i pregiudizi e gli stereotipi. E imparando a incontrare il diverso senza paura.

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